Recensione di Shadow of the Colossus

E così un giorno d’estate nostro padre arrivò a casa con un camioncino carico di sabbia. Ci chiamò a rapporto e ci ordinò di scaricarla coi secchielli del mare. Non ricordo quanto durò l’operazione. Forse persi i sensi. Forse vomitai. Ricordo solo che alla fine ottenemmo una meravigliosa montagonola di sabbia nell’angolo del giardino. Per giocare coi Masters e la canna dell’acqua e le bilie e le macchinine. I gatti ci cacavano e ci pisciavano dentro. Fantastico.

La montagnola di sabbia era proprio davanti alla finestra della cucina, così potevo sempre vedere quel che combinava la mamma. E viceversa, soprattutto. Un giorno, dall’alto della montagnola, la vidi mescolare roba e scoprii che si trattava di crema pasticcera. Affascinato (avrò avuto sette anni) presi un po’ di farina, lo zucchero, sgraffignai un uovo dal pollaio, portai tutto sulla sabbia e presi a mescolare nel secchiello del mare. Venne fuori una crema buonissima, forse un po’ croccante per via della sabbia ma buonissima. In quel momento pensai che l’idea di diventare Batman, da grande, era campata per aria. Avrei potuto fare il pasticcere! Già mi ci vedevo, il miglior pasticcere del mondo a soli sette anni, col mio bel cappello gonfio da chef e tutto il resto. Il sogno s’infranse pochi minuti dopo, quando tentai di rifare la crema. Venne una porcheria densa e immangiabile e così tornai sui miei passi. Il corpo dei pompieri mi avrebbe ancora accolto a braccia aperte.

Ma da allora ho sempre avuto un certo ardire, una certa sicurezza tutte lo volte che ho affrontato per la prima volta qualcosa di nuovo. Guidare per la prima volta (morte e devastazione), il primo articolo di giornale (ROFLES), la prima volta che una ragazza, per pietà, mi concesse di toccarla (l’ecatombe featuring Ridolini). La fortuna del principiante. Una specie d’incoscienza mista a sicumera del tutto ingiustificata. La certezza che la mia buona stella, ma soprattutto il mio proverbiale culo, m’avrebbero sorretto. La crema pasticcera pisciosa e sabbiosa mi segnò definitivamente. Non importa cosa avrei fatto. Sapevo solo che, col giusto atteggiamento, l’avrei fatto bene. Almeno la prima volta.

Fast-forward di mille mila anni il giorno in cui comprai la PlayStation 2, e la Yuko insistette affinché prendessi anche ICO. Manco sapevo che fosse ma giocandolo m’innamorai del gameplay e della trama. Puro stato di grazia. Una storia delicata e commovente montata sopra a un gioco di tutto rispetto: un misto action-adventure con elementi platform, piccoli puzzle incentrati sulla semplice fisica del gioco e combattimenti concitati il giusto. Ciliegina sulla torta i due personaggi da gestire. Niente di nuovo in assoluto ma il tasto per dare la mano a Yorda è una trovata di una bellezza esilarante. Correre per quelle stanze e quei corridoi con la sua manina stretta in quella di Ico avvertendo la leggerissima vibrazione del gamepad… indimenticabile!

Venni a sapere che l’autore del gioco, Fumito Ueda, era praticamente un debuttante e ICO il suo primo gioco da capo-progetto. Perciò quando uscì il suo secondo titolo, Shadow of the Colossus, pensai “oh fico, la roba di Ueda spacca abbella, /GET” fiondandomi al negozio di videogiochi. Da allora lammerda davvero, un po’ come quando vedi per la prima volta la faccia del tuo DJ preferito. Dalla voce sembrava un gran bell’uomo mentre nella realtà è un ragno baffuto da far spavento. Ed è proprio questo il più grave difetto di Shadow of the Colossus: mostrare il vero volto di Ueda. Non più il geniaccio di ICO ma uno nel mucchio.

Il problema di Shadow of the Colossus è che il gioco non c‘è, o se s‘è c‘è non è poi così divertente. La trama è deboluccia anche se lascia tanti particolari da scoprire fra le righe, ed è divertente svelarli, ma senza gioco sotto rende poco. C‘è ‘sto tizio, la versione gobba, otaku e priva di auto-ironia di Link che entra a cavallo nella landa proibita con l’intenzione di resuscitare una ragazza. Secondo me la tipa manco gliel’ha data e lui è mosso solo dalla più grande forza dell’universo: il senso di colpa.
Il suo obiettivo è seccare i sedici colossi che abitano ‘sto posto dimenticato da dio. Le povere bestie non hanno mai fatto del male a nessuno e pascolano con piglio bovino per questa terra sconfinata abitata solo da qualche lucertola.

Il gameplay è di una linearità sconcertante, un po’ come i segni rossi in Mirror’s Edge: punta la spada al cielo e un fascio di luce ti guida preciso in bocca al colosso di turno. Arrampicati, seccalo e ripeti x volte. Oltre alla linearità gli sviluppatori hanno ben pensato di giocare la cheat bimbominkia. Basta scovare le varie lucertole che infestano le rovine, magnarsele ed ecco che il più grave handicap del protagonista scompare: ora può appendersi per ore e ore come un pangolino senza batter ciglio. Il che torna comodo quando c‘è da scalare il povero colosso del caso, ma appiattisce totalmente la sfida.

A rendere tutto ancora più irritante è la realizzazione tecnica di retaggio cinese, una roba che quando va bene gira a 20 FPS e tre poligoni in croce. Ora, io non sono una graphic whore ma mentre sul più bello (tipo quando c‘è da saltare sul groppone del nemico) il gioco va a dieci fotogrammi al secondo anche il gameplay ne risente. Ma soprattutto, Ueda, se devi fare un titolo che punta sul titanismo dei nemici e degli scenari perlomeno accertati di avere il ferro sotto. Visto che gli ambienti raccolti di ICO non erano solo scenografici ma anche funzionali?

Il fallimento di Ueda è totale: persino il finale in stile Disney, con l’eden al piano di sopra (ma ROFL) popolato dagli animaletti di Biancaneve è di una tristezza sconcertante e getta davvero un’ombra cupa sul nippo a cui, fino a qualche anno fa, avrei concesso di usare i miei testicoli come scendiletto. Forse anche lui ha avuto la sua crema pasticcera. La proverbiale botta di fortuna del principiante. Nel caso si chiama ICO. Non che mi stia paragonando a Ueda, eh. Solo che mi piace cazzeggiare infarcendo le mie tardive recenze di paralleli con insignificanti particolari della mia infanzia.

L’obiezione tipica del fan di Colossus, ossia i nerd che infestano il forum di Nextgame, è che va bene sorvolare sulla pochezza del gameplay e della tecnica per via di ciò che definiscono “LARTE”. “L-A-R-T-E”! Come se una prateria sconfinata e disabitata, qualche lucertola viscida e la luce diafana copiata e incollata da ICO fossero di per sé arte. Notizia dell’ultim’ora: a me è capitato di finire in culo ai lupi in qualche dannata campagna dimenticata da Dio, senza un gabinetto o un bar o un altro essere a base di carbonio nel raggio di chilometri. Posso assicurarti che non ho avuto pensieri artistici nel mentre. A meno che la soddisfazione di scoreggiare indisturbato all’aperto possa essere considerata una poetica di qualche tipo (può darsi…). No, ero troppo preoccupato a controllare l’intestino mentre cercavo di non morire disidratato.

LARTE. Che è poi la stessa convinzione di certi adolescenti di ritorno come Jovanotti. Gente che si dà arie intellettuali solo perché ha i capelli lunghi e ha letto, con enorme fatica, romanzi di autori tipo Hesse o Kafka che sono diventati celebri visto che nessuno s‘è mai divertito leggendoli. Figuriamoci capirli. E siccome le cose noiose e incomprensibili come Shadow of the Colossus ci fanno sentire inadeguati allora le crediamo migliori di noi. Grave errore.

Titolo: Shadow of the Colossus
Sviluppato da: Team Ico
Pubblicato da: Sony Computer Entertainment
Versione provata: PlayStation 2 (PAL)
Genere: azione, avventura

Valutazione

Giudizio Finale

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Commenti e contributi

  1. Il 25 gennaio 2009, 10:33
    quel cetaceo di Andrea ha scritto:

    Approvo, tedio completo!

  2. Il 25 gennaio 2009, 14:11
    l’attaccante della Sampdoria Faina ha scritto:

    “Il problema di Shadow of the Colossus è che il gioco non c‘è, o se s‘è non è poi così divertente.”

    “se s‘è.” C‘è una esse bizzarra.
    (Da piccolo mi chiamavano Il Correttore di Bozze del Cazzo)

    Comunque ICO merita davvero, confermo e sottoscrivo. Shadow of the Colossus non so, ma mi fido della tua recensione!
    Anche se alla fine c’avrei aggiunto:

    Botta di culo del Neko: 5 stelline
    Gatti piscianti: 1 stellina
    Consiglio di Yuko: 5 stelline
    L’ARTE: 0 stelline

  3. Il 25 gennaio 2009, 18:56
    la cugina di Fernandello ha scritto:

    alla fine Shadow of the Colossus esprime al meglio il concetto del sublime espresso da kant ed usato nel romanticismo: solo per quello si può definire artistico!
    però per il resto è troppo lineare!

  4. Il 29 gennaio 2009, 10:31
    l’attaccante della Sampdoria Diobrando ha scritto:

    Non hai veramente capito un cazzo di Shadow of the Colossus. Ma va bene così.

  5. Il 30 gennaio 2009, 00:08
    grattandosi il kattsaw, Olpus Bonzo ha scritto:

    Holy shit, questa recensione capita proprio a fagiolo.
    Neko, fatti un giro al link che ti riporto nel mio nickname.

  6. Il 7 giugno 2009, 11:45
    la cugina di FRANK ha scritto:

    Neko sei il solito genio. Se ti candidi io ti VOTO!!!
    Giocato, finito in un pomeriggio…bello….bello…

  7. Il 14 giugno 2010, 15:40
    quel necrorasta di dario ha scritto:

    fa fare solo la cacca .
    come tanti altri titoli di play 2 .

  8. Il 15 giugno 2010, 01:59
    il pappa di Olpus Bonzo ha scritto:

    Anche il Guttalax fa fare solo la cacca, però non te lo regalano, devi dare dei bei soldini al farmacista.
    Segno che far fare la cacca alla gente, a volte, può essere una sicura fonte di guadagno.

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