E niente ero già al terzo o quarto bicchiere quando nel bar entrano un paio di pischelli colle chiappe di fuori, capelli sparati, spalle curve, camicie a fiori e camminata da palo nel sedere.
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Da piccino, guardando quintali di anime in Tv, mi chiedevo sempre, sbavando, cosa fossero quelle robe triangolari bianche con una striscia nera in fondo, hai presente? No, non le tue mutande sporche, sto parlando di quella specie di merendine che i nippi si schiumano, negli anime come nella vita reale perlopiù con gran foga, esibendosi in espressioni di intenso piacere con gli occhi sempre disegnati così “n” e la bocca così “O”.
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Due turiste giapponesi, due ragazze nel cuore di Roma. Figure sottili e aggraziate, i modi educati e tranquilli, senza fretta, di chi sta vivendo un piccolo sogno preparato con cura. Una piazzetta graziosa dove il sole di maggio gioca a rincorrere l’ombra di vecchi edifici. Rumori di piccoli passi, l’antica fontana dove l’acqua intona da sempre la stessa melodia. Un ristorante all’aperto, tavolini e sedie di paglia, tovaglie scosse dall’aria di primavera, stoviglie linde e la quiete dell’ora di pranzo.
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