La scelta di Wilbur

Scrive Armando:

Ciao, molto tempo fa lessi un racconto dal titolo "La scelta di Wilbur", mi pare.
Rimasi affascinato dalla bellezza del racconto e dalla perizia nell’esprimere le emozioni del protagonista.
Da quando è cambiata l’homepage, il racconto è sparito.
Ve ne chiedo una copia, ad uso strettamente privato.

Beh, contento te… eccolo:

Milo era campione mondiale di morra cinese e questo lo avvantaggiava molto con le ragazze. Milo era proprio un ganzo.
Ma accadde un giorno che Milo si amputò la mano destra. Non so come capitò, non so come fu: accadde e basta. Ora, siccome il regolamento delle competizioni internazionali di morra prevede esclusivamente proprio l’uso della mano destra, di fronte a Milo si spalancò la porta del disagio. Le donne non lo volevano più perché era monco, e indovinate un po’ con che mano si faceva le seghe? Ma lui, che era un capricorno, gonfiò il petto e fece buon viso a cattivo gioco. “Non mi ritirerò. Fanculo il petting: mi castro. Ma soprattutto gareggerò ancora, e dimostrerò a tutti che con la buona volontà si ottiene tutto, e come un handicappato che scrive un libro con la cannuccia, darò una lezione di stile e di vita al mondo intero, vincendo, monco, i nuovi campionati mondiali di morra cinese”. Troppe ce ne vorrebbero, e sempre poche sarebbero, parole per descrivere l’audace caparbia che luccicava nel bianco albumeo degli occhi di Milo. E così fu. Milo partecipò al mondiale e fu sconfitto da un mongoloide che non sapeva nemmeno le regole, ma lo avevano fatto giocare perché tanto dopo due giorni moriva ed era una specie di ultimo desiderio o qualcosa del genere.

Milo si era preparato con la dovizia che contraddistingue solo i maestri della disciplina: aveva digiunato, pregato e meditato per le notti che precedettero l’incontro. Solo poche ore prima si era destato, sudatissimo, da uno stato comatoso che aveva preoccupato il suo team e fatto strapazzare i bookmakers. “Non devo tirare forbice. Non devo tirare forbice. Non devo tirare forbice”. Milo si era studiato il profilo psicologico dell’avversario, senza mai sottovalutarne le potenzialità . Aveva fissato per ore ed impresso nel proprio cervello quello sguardo ambiguo, disinteressato, forse assente, con cui appariva nella foto allegata al suo dossier, e solo dopo una lenta riflessione era giunto ad intuirne ogni sfumatura comportamentale: non avrebbe mai gettato carta. Di sicuro. “Quindi se voglio sconfiggerlo non devo gettare forbice”. Ora Milo non doveva fare altro che decidere se tirare sasso o carta. Ma come decidere?

Milo non era uno stupido né l’ultimo arrivato in questa disciplina. Che diamine: era il campione! Milo era padrone del mestiere e conosceva ogni malizia per incastrare i suoi avversari. “Ricorrerò ad una astuzia”. Così pensò avvicinandosi al ring con indosso i pataloncini e la sfavillante cintura, monumento del suo meritato primato. “Eccolo là , il mio avversario. Ti conosco… Ti conosco, più di quanto tu possa immaginare”. Fece lanciandogli una pur docile occhiata. “Pochi istanti prima del tiro, chiederò al mio avversario ‘scusa, hai un sasso per favore, che io ho lasciato il mio a casa?’ e lo intrappolerò nella ragnatela tessuta dal mio ingegno. Lui, nella sua ingenua metodica, già riluttante a gettare carta, dovendo scegliere tra forbice e sasso, getterà inevitabilmente questo secondo ed io con la mia limpida e gioiosa carta glielo sbatterò dritto nel culo a lui e a tutti voi fottuti ipocriti succhia cazzi che per via della mia menomazione cazzo non scopo più!”. Seppur degenerata nel finale la algida riflessione di Milo lo portò di fronte al sua avversario con la sicurezza che avrebbe contraddistinto Annibale a Canne se fosse stato rapito dagli alieni acciocchè questi, scorrazzandolo avanti e indietro nel tempo, lo avessero ragguagliato sulla certezza storica della sua imminente vittoria contro i romani. Una volta tornato al tempo e al punto di partenza, al campo di battaglia nel mentre che questa s’apprestava a cominciare, allora, lui, di fronte all’esercito nemico, non avrebbe forse detto, calmo e strafottente “Tanto ho già vinto” ? Così disse Milo. “Tanto ho già vinto”. Ricapitolò il piano, si asciugò il sudore e sorrise. Il mongoloide trasalì. L’arbitro fischiò e Milo lasciò andare l’arco, sinora teso, dei sui pur saldi nervi.

“Scusa, hai un sasso per favore, che io ho lasciato il mio a casa?”. Milo lo pensò, ma inspiegabilmente dalla sua bocca non uscì fiato. Fu preso da congestione: le braccia di entrambi stavano già compiendo, una di fronte all’altra, il fatidico quarto di circonferenza che avrebbe decretato la gloria dell’uno e lo scorno dell’altro. Milo si raggelò. “Ragioniamo” Con la freddezza di un giocatore di scacchi russo forte di una esperienza simile a quella precedentemente ipotizzata per Annibale, Milo disse “To, un asino che vola!”. Tutto il pubblico alzò il capo, anche l’arbitro. Il mongoloide no perché non aveva capito. “Che cazzo ho detto!? Ma sono deficiente” Milo non potè fare altro che insultarsi da solo per la vanità delle sue parole, tanto scherzose e simpatiche se ci si fosse trovati in una allegra brigata di commensali un po’ ebbri, ma quanto più sconvenienti e perniciose in un momento così decisivo come quello che stava allora effettivamente consumandosi. “Maledizione. Cazzo. Non mi ricordo più cosa devo fare”.

Oramai i giuochi erano fatti. Una luce bianca abbagliò tutti. Si adoperi ora il lettore a condividere, sgomento, il momento di stallo, incertezza e sensazionale batticuore che tutto il palazzetto si trovò a vivere, e perdoni pure il mio indugiare nel riferire quello che accadde, ché pure chi fu lì dal vivo, allora, dovette attendere per capire cosa era accaduto. “Un asino che vola”. Tutti – già l’ho riferito – al monito suadente di Milo alzarono lo sguardo al cielo, alla ricerca del fantomatico equino alato: chi per riflesso, chi per curiosa ingenuità . Tutti. Anche l’arbitro. E quando questi e il pubblico e tutti, ebbero poi a chinare lo sguardo nuovamente sul centro del ring, avidi nel cercare di carpire il risultato dell’incontro oramai terminato, pure non poterono intendere per parecchi secondi a causa di quel comune fenomeno per cui a fissare luci o abbagli di sole il nostro occhio si riluce di macchioline iridescenti che per alcuni istanti postumi continuano ad annebbiarci la vista. Tale effetto aveva prodotto il potente impianto alogeno del palazzetto sulle cornee curiose ma delicate di ogni astante che non fosse Milo o l’handicappato. Pochi secondi di detto annebbiamento stuzzicarono la curiosità e fecero crescere la tensione sugli spalti e ovunque. A ciò si aggiunga il silenzio del giudice di gara, anch’egli abbagliato, anch’egli impedito a valutare e a riferire il nome del vincitore. Che suspance.

Il signor Wilbur era il figlio primogenito di “Bubbo Euganeo” decano del foro. All’età di quattro anni gli si chiese se volesse più bene al padre e alla madre. “Mamma è bocchinara. Viene da sé che amo più il babbo”. Gli occhi di Bubbo Euganeo si gonfiarono di gioia “Vuole più bene a me” disse brandendo orgogliosamente al cielo il frugolo Wilbur “Pur dinanzi ad una scelta così delicata egli non ha indugiato. Questo bambino possiede la saggezza di Salomone”. E da allora e negli anni che seguirono Bobbo si adoperò affinchè suo figlio, forte di questa saggezza, operasse nel bene e diventasse il giudice più bravo del mondo. Il Signor Wilbur fu sempre grato a suo padre “Bobbo Euganeo”. Ma ora, sotto la luce greve dei riflettori, il papà gli mancava. Non c’erano a confortarlo le sue grandi mani irsute e i rassicuranti mustacchi color nocciola, né vedeva tra la folla le sue rose gote annuirgli sorridenti a significarli “Non ti preoccupare Wilbur, qualunque cosa tu decida, babbo è con te”. No, ora era solo Wilbur sotto quei riflettori bollenti che gli avevano accecato le pupille. Una lacrima per papà Bobbo sfumata nel sudore delle tempie, un profondo sospiro liberatorio, e il suo mantra “Io sono l’arbitro di morra cinese più bello del mondo”.

Milo sudatissimo aveva strizzato gli occhi per non vedere cosa il suo stupido inconscio avesse combinato a dispetto di giorni e giorni di allenamento. “So che non butterà carta quindi non devo buttare forbice”. Aprì lentamente gli occhi, guardò quelli del mongoloide sfarfallando nervosamente la palpebra. Solo dopo qualche secondo si fece coraggio e guardò il piano di gioco. “Ho gettato forbice! No! Ma cosa sono, mongoloide?”. Subitaneo, impietoso lo prese il ricordo del training, della meditazione, del coma “Non devo tirare forbice! Non devo tirare forbice, lui non tirerà carta!”. Povero Milo. Tra tutte le possibilità aveva scelto l’unica che si era raccomandato di scartare. “Non ci credo! Ho gettato forbice!”.

Il lettore non pensi che l’errore sia grossolano o peggio sintomo di scarsa preparazione e incompetenza. E’ sindrome comune, infatti, di fronte all’imbarazzo della scelta incappare in simili malintesi, che altri non sono che subdoli tranelli del nostro io più recondito. A suffragio di quanto ho ardito dire, si consideri un caso che or ora mi sovviene. Ector e Simbad si stanno affrontando in un gioco di abilità . “Dimmi Simbad, chi ha scritto il “De Rerum Natura”?” Nella testa di Simbad avviene un patatrac, i suoi ricchi ma troppo poco recenti rudimenti latini lo conducono solo ad una imbarazzante indecisione “Sarà Orazio? O Lucrezio… o Ovidio? Bo.”, “Avanti, Simbad il tempo scorre”, “Aspetta… E’ uno di questi…”, “Dieci, nove, otto…”, “Eh no Ector, io prima sulla domanda dei cazzi finti non ti ho contato”, “Va bè però sbrigati, decidi”, “O Lucrezio, o Orazio o…”, “Basta, scegline uno!”, “Dante!”. Povero Simbad, anche lui vittima del suo inconscio indeciso si è trovato a emettere un responso improbabile e da lui stesso sgradito. E così Milo, indeciso nella foga, se gettare carta o sasso ti va a gettare proprio forbice, quella forbice che tanto si era raccomandato di non tirare.

“Va bè, confidiamo nel mio proverbiale culo, e speriamo di avere quantomeno pareggiato” Con la lentezza superstiziosa di chi a poker scopre con minuzia e suspance solo il numero e il seme all’angolino alto delle carte appena cambiate, così, pianissimo, Milo mosse lo sguardo verso la mano dell’andicappato. Un sussulto violentissimo lo prese e lo stesso signor Wilbur – ancora incapace di giudicare – ne fu spaventato. L’espressione di Milo si fece attonita. “Non è possibile”.

Carta. Il mongoloide aveva gettato carta! Sovvertendo il pronostico di Milo il mongoloide aveva gettato carta. “ Non è possibile, ha gettato carta! Sono un coglione!” La catatonia algida e pallida che s’era impossessata del suo sembiante si rilassò in un sorriso. Poi la risata nervosa e fragorosa si sollevò dal ring. “Ma sì, la vita ha voluto darmi una lezione. Io metodico e forse maniaco della perfezione sono stato smentito e canzonato dalla signora fortuna che nelle sue pur gioiose parvenze di vittoria aveva ora, oggi qui, in serbo per me una lezione” E Milo, cavallo vincente, si figurò la dea bendata di fronte a lui “Ahi, ahi, Milo Miluccio, hai fatto della tua virtù troppa spocchia. Sei un malandrino: piangevi sul tuo errato lancio di forbici e non vedevi ad un palmo di naso. L’errore tuo stava a monte, nella presunzione di conoscere chi ti stava di fronte. Impara Milo, impara ad essere più umile” Milo, per niente imbarazzato, ma felice, si rivolse alla visione con la gaia curiosità con cui pinocchio si rivolgeva alla fata turchina. “Ma allora come mai mi hai fatto vincere, come mai?”, “Non dovrei dirtelo, ma te lo dirò Milo, te lo dirò. Prima volevo solo che tu prendessi coscienza del tuo brutto peccato di presunzione. Volevo farlo. Una volta tirata la tua incomprensibile forbice il tuo avversario ti avrebbe umiliato gettando proprio quel sasso che tu, con un giochino psicologico, volevi fargli tirare. Sarebbe stato proprio uno spasso vederti crogiolare nel rimorso, questo non lo nego. Ma poi, guardando tuoi occhi, ho intravisto una luce strana. Nuova. Diversa. Lì ho cominciato a capire. Tu, Milo, sei una persona davvero speciale. Non parlo del tuo spirito caparbio e valoroso. Non parlo nemmeno di quel bianco sincero che riluce nei tuo occhi smeraldo. Io sto parlando di quel tuo bel moncone, che a ben guardare, potrebbe restituirmi la gioia dell’orgasmo vaginale a dispetto dello stropicciamento clitordeo cui mi sottopongono i soliti mediocri cazzi”. Si risolsero pressappoco in questa forma i discutibili lazzi della fantasia di Milo. Povero Milo.

“Mongoloide” era il signor Wilbur, mai così acre alle orecchie di Milo “E’ il nuovo campione mondiale di Morra”. Un fragore ci gioia e fischi e urla riempì lo spazio ed il tempo. Il palazzetto all’unisono cantava al trionfo del mongoloide. Come già il lettore, anche Milo non si capacitò di quello che stava accadendo. “Ma come, ha vinto il mongoloide” Dopo qualche istante di comprensibile sgomento si propose di riosservare il piano di gioco a vagliare un suo eventuale fraintendimento. “Io forbice, lui carta”. Ricontrollò “Io forbice, lui carta”. Ancora un volta a doppia garanzia: e ancora forbice e carta. Tutto era regolare, Milo non aveva avuto allucinazioni abbagli. “Signor Wilbur!” Ma il signor Wilbur non lo sentiva, subissato com’era da una folla di giornalisti e curiosi. “Signor Wilbur! Ho vinto io.” Ma lui niente. Orgoglioso e sudato rispondeva alle domande di chi gli si avvicinava, stringendo ancora alto e trionfante il pugno del mongoloide. “Dedico questo meraviglioso arbitraggio a mio Padre Bobbo Euganeo”.

Milo esplose. “Fermatevi tutti quanti! Io ho vinto, non lui. Io ho tirato forbice, lui carta: forbice batte carta e io ho vinto” Lo disse in un urlo così forte che tutti coloro che furono presenti allora, a tutt’oggi, ne conservano vivo e rabbrividente il ricordo. Allora il palazzetto tacque e gli prestò attenzione. “Prego?” fece il signor Wilbur, impeccabile. Milo, nel silenzio quasi surreale, si schiarì la voce e ripetè ciò che già aveva detto. Lo sconcerto prese tutti e quel silenzo si protrasse lento e inquietante.

“Carta batte sasso. Lei ha tirato sasso e il signor mongoloide carta”, “Ho tirato forbice, io, che sasso e sasso!” il signor Wilbur socchiuse gli occhi e sorrise bonario disegnando sul proprio volto l’espressione sicura e strafottente di chi si sente superiore “Lei è monco signor Milo, non renda le cose più imbarazzanti di quanto non lo sano già “ Milo sentì il suo sangue freddo e grumoso strisciargli faticosamente nelle vene, lento, così lento da renderlo pallido in pochissimi secondi. Con un filo di voce si rivolse per l’ultima volta al signor Wilbur e affranto sussurrò “Io ho tirato forbice”. “Io comprendo che lei fosse intenzionato a giocare forbice, ma per fare ciò le avrebbe dovuto essere munito, non dico dei regolari indice e anulare, ma quantomeno di due dita qualunque. Lei invece è monco e dove c‘è monco io dico sasso signor Milo”.

Fu allora, che per la prima volta, senza essere interpellato, tra lo stupore dei presenti, il mongoloide chiese parola. Il signor Wilbur con foga ed entusiasmo si produsse in una serie di vigorose spallate per attraversare la folla della stampa in quei due corti ma interminabili metri che lo separavano dall’ufficiale vincitore del campionato mondiale di morra cinese. Gli pose il microfono davanti alla bocca e per alcuni istanti fu ancora silenzio. In questi casi – con un uomo sinora silente posto di fronte ad un pubblico tutto per lui – film e racconti usano riferire il fischio, il larsen, del microfono che ronzando fastidioso avrebbe dato degno e teso incipit a ciò che l’eroe si accingesse a riferire. Ma nel palazzetto, con quel microfono ancora impugnato da Wilbur, questo non accadde: l’impianto acustico dei campionati mondiali di morra vantava la più preparata equipe di fonici che ogni competizione sportiva potesse avere mai desiderto. Il mongoloide godette di ciò.
“Io sono felice che ho vinto, ma non posso accettare questo premio, non lo merito. Il signor Milo qui ci ha dato a tutti una lezione di vita e ha dimostrato che noi mongoloidi siamo capaci di vincere e soprattutto che siamo più bravi dei monchi. W noi e abbasso i monchi.”

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Commenti e contributi

  1. Il 12 luglio 2007, 20:08
    Sly
    ha scritto:

    wow@^^@ che storia ragazzi!!!!

  2. Il 13 luglio 2007, 06:07
    Zadigx
    ha scritto:

    Finalmente ritrovo la tensione narrativa, la ricerca lessicale e l’afflato etico smarriti dai tempi di Jacula

  3. La foto in home è di neko da piccolo?

  4. Il 13 luglio 2007, 19:37
    Kactus
    ha scritto:

    Ma il nome del padre di Wilbur è Bubbo o Bobbo????

  5. è SBURRO.

  6. Il 14 luglio 2007, 13:54
    El pube
    ha scritto:

    Che storia ragazzi…ci sono i mongoloidi, i monchi, le fate ninfomani e le mamme bocchinare, davvero non potrei chiedere altro! Meraviglioso.

  7. Il 21 luglio 2007, 09:47
    K
    ha scritto:

    E’ la cosa più bella che abbia mai letto… in grado di battere forse persino “Viva la figa!”…

  8. complimenti, davvero .-)

  9. Ragazzi, l’ultima volta che ho goduto così era con un libro di Ken Follet. Stavo guardando Cicciolina in TV e lo usavo, arrotolato, per smazzuolarmi il pene.

  10. Il 14 settembre 2008, 00:45
    Velivan
    ha scritto:

    racconti con un lessico cosi vario non li ascoltavo da quando mia zia astolfia mi racconto del’orgia con gli orchi…e anche quella che gran bella storia minchia O_O

  11. Il 17 febbraio 2009, 17:45
    Fanfulla
    ha scritto:

    Mi chiedo se sto racconto è farina del tuo sacco o se invece l’hai composto dopo aver sniffato un sacco di farina.

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